STORIE DI TORINO SENZA FILTRI
Torino a luci rosse: sesso a gettoni, uscite segrete e funerali con le fiaccole
Il servizio per non farsi vedere dalla moglie. La marchetta alla cassa. Le maitresse che minacciavano i perditempo con il Flit. Poi il 20 settembre 1958 arrivò il blues dei goliardi.

TORINO / 20 SETTEMBRE 1958
Un funerale per un mestiere che tutti conoscevano e nessuno nominava
Una sera di settembre del 1958, centinaia di goliardi torinesi si ritrovarono in via Fratelli Calandra 13. Indossavano mantelli e feluche colorate, reggevano fiaccole e si preparavano a dare l'ultimo saluto a qualcosa che di solito non si piange in pubblico: le case di tolleranza.
Uno studente del Conservatorio aveva perfino composto un pezzo per l'occasione: Calandra Street Blues. Il corteo avrebbe attraversato la città, fermandosi davanti ai vecchi indirizzi del piacere, e si sarebbe concluso a notte fonda in via Conte Verde. Secondo la prefazione del libro Bordelli torinesi di Massimo Centini, il giorno dopo comparvero manifesti funebri in latino maccheronico sotto i portici di via Roma.
Sembra una scena di Fellini. Percorso, musica e fiaccolata sono raccontati nella testimonianza pubblicata nel libro. È bene ricordare che si tratta di una memoria dell'epoca, non della registrazione filmata dell'evento.

TUTTO REGOLAMENTATO
Anche il sesso aveva le sue carte bollate
La storia era iniziata molto prima. Già negli anni Cinquanta e Sessanta dell'Ottocento il governo di Cavour elaborò regole per sorvegliare la prostituzione: licenze, controlli di polizia e visite mediche.
Il dato del 1892 è sorprendente: secondo una rilevazione nazionale la provincia di Torino aveva il numero più alto di case per abitante. In città c'erano caserme, officine, fonderie, fabbriche e un'enorme popolazione maschile di lavoratori e militari.
Dietro le facciate rispettabili tutto era registrato e controllato. Il peso di quelle regole ricadeva soprattutto sulle donne, non sui clienti.

UN BORDELLO PER OGNI TASCA
I ricchi in corso Raffaello. I più poveri verso Porta Palazzo.
Anche il piacere aveva la sua divisione in classi. I clienti facoltosi frequentavano le case tra corso Raffaello, via Lombroso e la Crocetta. In via Fratelli Calandra c'erano due indirizzi di fascia media. I locali più economici si concentravano nella zona di Porta Palazzo e via Conte Verde.
La stessa Torino offriva salotti ricercati e incontri sbrigativi al piano di sopra. Le ricerche di Centini e le cronache d'epoca parlano di circa quattordici indirizzi, ma il numero esatto varia a seconda dell'anno preso in considerazione.
Attenzione ai prezzi tramandati nei racconti: le due o cinque lire citate per le diverse classi appartengono a un periodo precedente, non al 1958. La distinzione per censo, quella sì, rimaneva chiarissima.

DIETRO LE PERSIANE
Saloni da cinquanta persone e perfino una stanza cinese
Il cliente doveva dimostrare di essere maggiorenne. In certi locali il salone d'attesa ospitava dieci persone, in altri cinquanta. Nelle ore di punta le code invadevano scale e marciapiedi. Con immensa gioia dei vicini, si può immaginare.
In una casa elegante di corso Raffaello esisteva un salotto cinese. Chi aveva davvero molto denaro poteva persino chiedere l'uso esclusivo dell'intero locale per qualche ora. Per gli altri, invece, si aspettava il proprio turno.
Il servizio più curioso si chiamava libero. Una cameriera usciva a controllare la strada prima che il cliente lasciasse il palazzo. Colleghi, conoscenti, amici di famiglia: meglio non incontrare nessuno. Soprattutto qualcuno in grado di raccontarlo alla moglie.

I SERVIZI EXTRA
Anche la discrezione aveva il suo prezzo
Nei regolamenti ottocenteschi il colloquio ordinario e la svelta, cioè una visita molto rapida, erano prestazioni differenti. Esistevano tariffe agevolate per studenti e militari. E anche i dettagli più piccoli cambiavano da un locale all’altro: in alcuni sapone e asciugamano erano compresi, altrove si pagavano a parte.
Stando alle ricostruzioni dell’epoca, all’ingresso poteva essere obbligatorio lasciare ombrelli, bastoni e armi. L’alcol era vietato in molti locali; in quelli eleganti si serviva piuttosto il tè. Una burocrazia surreale, considerato ciò che si svolgeva nelle stanze accanto.
E poi c’è la storia — attenzione, una voce tramandata, non un inventario verificato — di una raccolta di falli in cristallo Lalique esposta nel salotto raffinato di un bordello in corso Raffaello. Una di quelle leggende che Torino non ha mai del tutto smesso di raccontare.

LA VENDETTA DELLA MAÎTRESSE
I perditempo? Fuori, o arriva il Flit.
C'erano gruppi di studenti che entravano soltanto per guardare, chiacchierare e prendere in giro la padrona. Senza spendere una lira. Questa pratica aveva un nome: fare flanella. Per chi gestiva il locale era una piaga.
Secondo le memorie raccolte sulle vecchie case, alcune maitresse minacciavano di spruzzare il Flit, un insetticida dall'odore inconfondibile. Tornare a casa con quell'aroma sui vestiti poteva richiedere spiegazioni molto imbarazzanti.
È una storia tramandata nei ricordi, non un fatto documentato in un verbale riferito a un indirizzo preciso. Ma spiega bene una cosa: molti trattavano quei salotti anche come ritrovi maschili, non soltanto come luoghi di incontri a pagamento.

SCANDALO / 1938
La maîtresse che non capiva le leggi razziali
Nel 1938 il regime fascista introdusse le leggi razziali antiebraiche. Le discriminazioni arrivarono perfino nelle case di tolleranza. Un aneddoto torinese, ripetuto nelle memorie successive, racconta di una padrona di via Calandra che domandò, in piemontese piuttosto esplicito, perché mai il corpo di un cliente ebreo dovesse essere diverso da quello degli altri.
La battuta è memorabile ma non esiste una trascrizione coeva che permetta di attribuirla con certezza. La discriminazione, invece, era tristemente concreta.
Sempre in via Calandra si raccontava di madama Gisella, presa in giro dai goliardi con una filastrocca: «Buonasera, Madama Gisella, siamo venuti per fare flanella!». Traduzione: siamo qui a guardare e a perdere tempo, non a pagare. Non proprio il cliente ideale.
CONTABILITÀ DEL DESIDERIO
La marchetta: il sesso aveva anche uno scontrino
Si pagava alla cassa e si riceveva una marchetta, cioè un gettone. Il cliente lo consegnava alla donna; poi i ricavi venivano ripartiti con la gestione. Gettoni differenti potevano indicare prestazioni o durate diverse.
Un catalogo numismatico documenta quelli della Pensione Rosetta in via Fratelli Calandra 15: un esemplare da 50 minuti e uno da 30. Allo stesso indirizzo risultano anche gettoni della Pensione Lina, fra cui quello per una sveltina, una prestazione molto rapida.
Non è il gettone a fare la storia. È il fatto che perfino quel mondo, nascosto dietro persiane chiuse e salotti in penombra, funzionasse con una sua contabilità, fino all'ultimo minuto.

OLTRE LA SCENOGRAFIA
Il prezzo più alto lo pagavano le donne
Massimo Centini ha esaminato documenti di questura, referti ospedalieri e ricordi di testimoni. Ne emerge una realtà ben diversa dai film: spesso donne poco più che ventenni, di famiglie povere, vedove di guerra o domestiche rimaste senza impiego dopo una gravidanza.
Le visite mediche erano obbligatorie. Chi si ammalava poteva essere ricoverata in reparti specializzati. Le donne vivevano sotto regole e dipendenze economiche che difficilmente toccavano gli uomini che entravano e uscivano.
Molte lavoratrici venivano trasferite periodicamente, spesso ogni quindici giorni: la quindicina. Nei ricordi si dice che servisse sia a rinnovare la clientela sia a scoraggiare gli innamoramenti. Si tramanda anche la storia di Milena, una ragazza di via Calandra che avrebbe investito i guadagni in immobili. È un ricordo personale, non una biografia economica documentata.
Raccontare i salotti con nostalgia, dimenticando chi ci lavorava, sarebbe una falsificazione. La battaglia per la legge Merlin riguardava anche controllo, stigma e sfruttamento.

L'ULTIMA NOTTE
Santa Bernarda, le fiaccole e quel blues per tromba
Il 20 settembre 1958 il corteo partì da via Calandra 13. Poi corso Raffaello, il casino più caro, quello che gli studenti potevano spesso guardare soltanto da fuori. Quindi via Principe Amedeo 42 e, infine, via Conte Verde 15. Una specie di processione in onore della loro immaginaria Santa Bernarda.
Secondo la prefazione di Bordelli torinesi il brano accompagnò la fiaccolata. Il giorno dopo apparvero finti annunci funebri in latino maccheronico sotto i portici di via Roma. Un addio teatrale a un'istituzione che mescolava assurdità, privilegi e crudeltà.
La legge Merlin era stata promulgata a febbraio. Dal 20 settembre 1958 si chiudeva il sistema delle case di tolleranza legalmente autorizzate. La prostituzione non scomparve e il lavoro sessuale individuale non divenne automaticamente un reato. Finiva la gestione riconosciuta dei bordelli.

IL RESTO È IN STRADA
I nomi sono spariti. Gli indirizzi no.
Oggi via Fratelli Calandra sembra una qualunque strada torinese. Da lì si può attraversare la città, ripercorrere alcuni indirizzi più eleganti e finire verso Porta Palazzo. La maggior parte dei passanti non sa che un tempo quei luoghi erano collegati da un'economia molto precisa.
Vale la pena ricordare questa distanza: tra la Torino perbene delle facciate e quella, altrettanto regolata, nascosta negli appartamenti.
Nota sulle immagini: le fotografie d'epoca e le targhe attuali sono state scelte con licenze riutilizzabili e crediti. Non sono spacciate per scatti del corteo del 1958 o degli interni delle case chiuse.
Nota storica: Le immagini d'archivio mostrano la Torino dell'epoca o le strade citate. Nessuna viene presentata come foto degli interni o del corteo del 1958.
FIELD NOTES / 05
Gli indirizzi sono ancora qui
Cinque luoghi citati dalle fonti storiche. Sono riferimenti al passato, non attività ancora esistenti. Il percorso completo arriverà in seguito.
Via Fratelli Calandra 13, Torino
Ritrovo del corteo goliardico del 1958, secondo le testimonianze
Cerca su OpenStreetMap ↗Via Fratelli Calandra 15, Torino
Sede di un’antica casa di tolleranza di fascia media
Cerca su OpenStreetMap ↗Corso Raffaello, Torino
Zona delle case di lusso; il numero civico preciso non è verificato
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